Addio zucca! _____________________________________________________________________________

Alcune settimane fa i giornali hanno dato conto di un acceso dibattito tra la ministro per l’istruzione britannico e l’associazione che raggruppa gli insegnanti d’oltremanica.

I prof inglesi vogliono adottare una nuova formula per comunicare ai ragazzi bocciati il risultato dell’anno scolastico.

Propongono di mandare in pensione espressioni come “non ammesso”, o peggio “respinto”, ritenute del tutto negative dal punto di vista pedagogico, sostituendole con la più bene augurante “promozione posticipata”, che avrebbe un impatto più leggero sulla psiche degli alunni, dando alla bocciatura una prospettiva positiva, come si trattasse della tappa di un cammino.

La battagliera ministro ha obiettato che è invece educativo abituare i giovani ai fallimenti, che tutti nella vita prima o poi viviamo. Cercare di sottrarli all’esperienza dell’insuccesso, minimizzando o negando gli errori commessi, renderebbe più difficile accettare e superare i fallimenti che affronteranno da adulti.

Entrambi i punti di vista, quello del ministro da una parte e quello degli insegnanti dall’altra, sembrano sensati.

È vero, i giovani hanno bisogno di essere responsabilizzati per crescere, dunque metterli chiaramente e senza edulcorazioni davanti ai loro sbagli può scuoterli in senso positivo e spingerli a cambiare direzione.

È pure vero, però, come dicono gli insegnanti, che l’insuccesso scolastico può incidere pesantemente sull’autostima di un ragazzo, influenzandolo in modo negativo per tutta la vita.

Possiamo trarre spunto dal problema inglese per riflettere su come ci poniamo davanti ai nostri fallimenti. Il cristiano trova nella Bibbia un sicuro punto di riferimento per affrontare gli insuccessi, dipendenti o meno da sua colpa.

Il primo passo è quello di chiamare le cose col loro nome. Se abbiamo fallito nel senso che abbiamo peccato e “peccare” significa proprio “fallire il bersaglio”, dobbiamo confessare, cioè nominare, ammettere il fatto preciso.

Se il fallimento è un insuccesso in campo scolastico, professionale o relazionale possiamo analizzare la situazione per capire se è dipeso dal nostro comportamento.

Nel caso della scuola assai difficilmente si è bocciati se ci si è impegnati a fondo. A volte però anche con tutto l’impegno possibile non si raggiunge il risultato.

E allora che fa il credente?

Qui sta la sua arma più potente.

La sua autostima non dipende da ciò che riesce a fare per la società o nella società.

La sua tranquillità deriva dalla certezza di essere in pace con Dio e da lui amato, indipendentemente dalla sua “produttività”.

Il contrario della disperazione da fallimento è la pigrizia. Nelle epistole del Nuovo Testamento troviamo ammonimenti a lavorare, ad impegnarsi in modo da non essere di peso per la società. Il credente che applica questi principi dunque si pone degli obiettivi per la sua vita e li persegue, al fine di vivere in questa società “onestamente e piamente”, cercando con il suo impegno di dare il proprio contributo al benessere sociale.

La Bibbia offre agli studenti, ma anche a chi ha altre occupazioni, un valido metodo per essere vincenti negli insuccessi, per non soccombere sotto il peso dei propri fallimenti e per reagire nel modo giusto.

Non sarebbe bello se la scuola, anziché discutere su cosa scrivere sui quadri, introducesse l’insegnamento della “filosofia dell’insuccesso”? Cioè educasse a sconfiggere la pressione sociale che ci vuole tutti brillanti ed efficienti, aiutandoci ad avere un giusto concetto di noi stessi, dei nostri limiti e delle nostre risorse?

Sì, sarebbe bello, ed è bello sapere che alla scuola di Dio già esiste questa materia.

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