Morire
guardando la televisione ______________________________________________________ Gli agenti hanno trovato lo scheletro di una donna davanti alla tv ancora in funzione. Il curioso e macabro episodio è avvenuto a Londra all'inizio di gennaio, ma l'identificazione della donna stata completata solo negli ultimi giorni basandosi sulla dentatura del cadavere. La polizia ha trovato il corpo (anzi, lo scheletro) di Joyce Vincent, 40 anni, sul divano in salotto, davanti alla tv accesa, con snack, medicinali e telecomando a disposizione. E corrispondenza mai aperta datata 2003. La donna viveva in una casa messa a disposizione dal Metropolitan Housing Trust, un'organizzazione che offre un tetto alle persone vittime di violenze domestiche. L'organizzazione MHT aveva fatto ottenere alla donna quell'appartamento gratuitamente e, in assenza di lamentele da parte di vicini o di richieste da parte dei familiari, non aveva ritenuto necessario effettuare dei controlli in quella casa. La polizia scientifica non ha potuto
accertare esattamente le cause del decesso in quanto i
resti scheletrici della donna non hanno permesso analisi
accurate, tuttavia gli inquirenti ritengono si tratti di
morte naturale. Uno dei vicini di casa, si era trasferito
nell'appartamento adiacente nell'estate del 2004 e ha
dichiarato "ho sempre pensato che quella casa
fosse vuota, è stato uno shock sapere che c'era un
cadavere e che la sua famiglia non se ne era mai
interessata [..] ho visto qualche scarafaggio entrare nel
mio appartamento e allora ho sigillato meglio le finestre". Questa, purtroppo, non è una notizia insolita ai nostri giorni, anzi è una realtà di solitudine e abbandono sempre più frequente. La famiglia ormai disgregata, le amicizie non profonde, i vicini di casa sempre più indifferenti ed ecco la morte sociale degli elementi più deboli intorno a noi. Solo brutte notizie di cronaca? E se riflettessimo sui nostri rapporti interpersonali? Cosa ne sarà di noi nella nostra vecchiaia o anche prima? Saremo circondati dai nostri familiari? Dai nostri amici più cari? o saremo soli? Per una tale previsione sarebbe necessario fare un bilancio, che dovrebbe risultare facile dal momento che non si tratta del futuro che non conosciamo. Abbiamo amici veri intorno a noi? E su cosa abbiamo costruito tali rapporti? Gli amici sono tutte quelle persone che ci stanno attorno e con le quali abbiamo una relazione di particolare affetto, stima e fiducia e questo basta per i rapporti umani, ma voglio parlarvi di unamicizia speciale con qualcuno di molto speciale: Gesù Cristo. Egli aggiunge un elemento in più al rapporto di amicizia con lui: Egli chiama amici quelli che fanno ciò che Lui comanda. Sembra una pretesa ma è solo una condizione per non fluttuare nellambiguità di un rapporto di convenienza. Per essere suoi amici cè solo un modo: FARE LA SUA VOLONTÁ quindi fare la volontà di Suo Padre Gesù disse: Chi ha visto me ha visto il Padre (Giovanni 14:9) e sarebbe bello se anche i cristiani non nominali potessero dire lo stesso chi vede noi, vede nostro Padre il Suo amore allopera. Una volta sola Gesù ha definito un comandamento come «nuovo». La sera della sua passione, disse ai suoi discepoli: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi gli uni gli altri» (Giovanni 13,34). In che cosa è nuovo questo comandamento? Lamore vicendevole non è già stato richiesto dal comandamento antico: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Levitico 19:18)? E lui cosa comanda? Comanda: amatevi gli uni gli altri. Con il comandamento nuovo, Gesù associa i suoi discepoli a ciò che ha vissuto, dona loro di amare come lui ama. Quella sera, ha pregato: «Lamore con quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Giovanni 17,26). Se voglio essere amico di Gesù, devo dispormi ad amare le persone che mi stanno attorno e con le quali mi relaziono tutti i giorni questo è l'amore che Gesù ci chiede per poter essere considerati suoi amici. Egli dice che non siamo stati noi a scegliere lui, ma è stato lui a scegliere noi. Cioè, è stato Dio, fatto uomo in Gesù, a compiere il primo passo sulla via dell'amore. Che senso ha la parola "fratello" nelle mie scelte di vita: è solo una parola o è un dato di fatto perché mi sento figlio di quell'unico Padre...? Una cosa sono le parole, le aspirazioni, i propositi... e altra cosa è un riscontro non ipocrita della mia realtà. Davvero chi mi guarda può dire di me: "è tutto suo Padre!"? Chissà se almeno io, che mi conosco nel profondo, posso dire questo di me stesso, guardandomi in quello specchio che è la mia coscienza! ______________________________________________________________________________
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