Oltre le sbarre ______________________________________________________

 

“La sindrome di Stoccolma è la condizione psicologica per cui un prigioniero sviluppa sentimenti positivi nei confronti di colui che lo detiene, mentre questa è la storia di Moazzam Begg, un cittadino britannico detenuto a Guantanamo e di una soldatessa statunitense che, dopo la liberazione di lui, lo ha cercato per riallacciare i rapporti, senza le sbarre di mezzo.

Begg è uno dei nove islamisti britannici reclusi come nemici combattenti nel centro di detenzione Usa a Cuba. Arrestato in Pakistan nel novembre 2001 e poi trasferito segretamente a Guantanamo, Moazzam Begg è stato rilasciato nel gennaio 2005 senza accuse a suo carico, ma nemmeno una scusa o un pound di risarcimento per la lunga detenzione senza diritti e le torture subite. A due anni dalla sua scarcerazione, una delle guardie del campo di prigionia, una soldatessa, lo ha cercato per ricucire il rapporto umano nato allora, nonostante i due fossero guardia e prigioniero. All’inizio di febbraio la donna, identificata solo come Ms. Thompson, ha scritto una e-mail a Begg per esprimere apprezzamento per il libro da lui scritto sulla sua prigionia: “Nemico Combattente”, Viaggio di un musulmano britannico a Guantanamo e ritorno. “Mi ha fatto ridere e piangere” ha scritto all’ex detenuto. Begg ha risposto mandandole il proprio numero di telefono. Detto fatto, La settimana successiva il telefono di Begg squilla e, all’altro capo, una voce gli dice “Indovina chi è?”.

(…)“Ero felice di parlarle –conferma Begg- perché lei è stata una delle persone che mi hanno mostrato compassione. Non ha avuto pregiudizi e ha mostrato interesse per il mio paese e la mia cultura. Una volta –ricordo- ero quasi impazzito e mi misi a colpire le pareti della cella. Lei era nella stanza e continuava a ripetermi che avrebbe voluto fare qualcosa per aiutarmi”.

“Non penso che stesse cercando una forma di espiazione –ha commentato l’ex detenuto-. Credo non si senta responsabile di quello che mi è accaduto. Era solo parte del sistema. Questa nostra relazione dimostra che non c’era solo odio a Guantanamo, è per questo che non posso odiare tutti gli americani”.

Una storia toccante quella che ha coinvolto i due protagonisti, una storia che per un momento ci riconcilia con il genere umano. In una società nella quale l’individualismo è dominante, il desiderio della soldatessa di ricucire un rapporto umano, nato in un luogo di sofferenza tra lei e un suo nemico, è davvero un segnale molto forte, che dovrebbe farci riflettere, non solo sulla pazzia delle guerre, ma anche sulle relazioni che ognuno di noi vive nella quotidianità.

E’ vero che non tutti vivono nell’indifferenza, ma quanto spesso apprendiamo dai media di tristi storie di vita, di abbandoni, di violenze e anche di morte, che si svolgono e si consumano tra il disinteresse delle persone vicine.

Quanto diverso è invece l’atteggiamento di Dio verso l’uomo. Anche il suo rapporto con noi è simile a quello della soldatessa verso il prigioniero.

Sapete perché? Perché tutti noi, nasciamo prigionieri del peccato, schiavi sottoposti ai voleri del nostro padrone e nemico di Dio, il diavolo. Dunque anche noi siamo dietro delle sbarre anche se non le vediamo e di là da esse Dio ci guarda con compassione e con amore. Ma mentre la soldatessa ha dovuto aspettare la liberazione del prigioniero per riprendere il loro rapporto, Dio ci ha offerto il modo per aiutarci ad uscire da questa triste situazione: Egli ha fatto una cosa meravigliosa, ha mandato Suo Figlio, Gesù Cristo, qui sulla terra, tra di noi come un uomo e, per poterci liberare, lo ha lasciato morire sulla croce.

E’ così: il prezzo della nostra liberazione è stato il sangue innocente del Figlio di Dio.

Sta scritto:

“Sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai padri ma col prezioso sangue di Cristo, come d'agnello senza difetto né macchia.” (! Pietro 1:18-19)

Tutti coloro che riconoscono questo sacrificio e confessano Gesù come loro Salvatore e Signore, saranno liberati dalla schiavitù e potranno “ricucire” il loro rapporto con Dio, interrotto dal peccato.

“Le vostre iniquità vi hanno separato dal vostro Dio;” – afferma infatti il profeta Isaia - “i vostri peccati gli hanno fatto nascondere la faccia da voi, per non darvi più ascolto.” (Isaia 59:2)

E il profeta Geremia dichiara:

I vostri peccati vi hanno privati del benessere.” (Geremia 5:25)

Si, l’uomo nasce con una natura malvagia che lo tiene lontano dalle benedizioni del suo Creatore e, spesso, troppo spesso, decide di continuare a vivere prigioniero del peccato, decide di non accettare il meraviglioso dono che Dio ci ha fatto in Gesù Cristo.

Se qualcuno ci chiudesse in prigione per un qualsiasi motivo, sono certa che faremmo di tutto per fuggire o per essere liberati, allora tanto più dobbiamo desiderare di essere liberati dalla conseguenza del peccato, che è la morte eterna, l’eterna separazione da Dio.

Se ancora non hai accettato l’invito, o se, pur avendolo udito  non gli hai prestato attenzione, ascolta ora l’appello che ci rivolge il profeta Gioele quando dice:

“Tornate al SIGNORE, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all'ira e pieno di bontà.” (Gioele 2:13)

Non esitare, Gesù è lì, oltre le sbarre, che ti tende la mano. Afferrala!

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