La regina colf
«Era un segreto, mi vergognavo». Chi parla in questo modo è una regina del Ghana, ovvero la sovrana di Besoro, la città-regno popolata da diecimila sudditi, a duecento chilometri da Accra, capitale dello stato africano. Sovrana
degli Ashanti, è collaboratrice domestica presso tre
famiglie di Schio in provincia di Vicenza: 25 ore la
settimana, stipendio, contributi regolari. Il fatto è
che il rango non sempre coincide con la ricchezza. Lady
Rosina, dunque, abbandonati in Ghana scettro e corona (nel
frattempo, il fratello-re fa le sue veci, ma con lobbligo
di consultarla, anche da lontano, per le questioni più
importanti), quindici anni or sono emigra in Italia. Una splendida immagine di donna quella della regina Nanà. Lei, regina nel suo paese, abituata agli onori che si riservano ai sovrani, riverita dai suoi sudditi, non si avvale dei privilegi del suo rango, ma per tanto tempo vive semplicemente, come una comune immigrata venuta nel nostro paese in cerca di lavoro. Si adatta ad uno dei compiti meno consoni al suo rango, lo fa volentieri, grata di poter avere lopportunità non solo di crescere dignitosamente i suoi figli ma anche aiutare i suoi sudditi portando loro tutti quei beni di prima necessità che scarseggiano nel Ghana. Un luminoso esempio di umiltà. Mi chiedo quanti di noi potrebbero riuscire a tanto, forse qualcuno, ma non molti. Luomo in genere aspira a posti di comando, a lavori e ruoli di prestigio, e mal volentieri si adatta a scendere nella scala dei valori umani. Bisogna possedere grande amore e grande dignità per vivere unesperienza simile a quella descritta, e questo è un privilegio di pochi. Cè stato un altro personaggio nella storia che ha vissuto una situazione analoga. Egli era un re che per amore lasciò la gloria del suo regno e divenne servo. Di lui sta scritto nella Bibbia che pur essendo in forma di Dio, non considerò lessere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte sulla croce.(Filippesi 2:6-8) Cosa spinse il Figlio di Dio a vivere in un corpo di umiliazione? Lamore per la sua creatura è ciò che lo spinse. Il peccato ci aveva inesorabilmente separato da Dio, ogni via daccesso alla sua grazia era chiusa, un destino terribile attendeva ogni uomo, il prezzo del riscatto era altissimo. Nessuno se non Gesù Cristo poteva pagarlo, ed Egli lo ha fatto senza un lamento, ha pagato con il suo sangue perché per noi potesse aprirsi una via per il cielo. Dio si è privato di suo Figlio perché potessimo avere grazia. Levangelista Giovanni scrive: Do ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. Quando la regina degli Ashanti ritorna in patria carica di regali, certo trova un popolo particolarmente riconoscente perché consapevole del costo di tali doni. Sarebbe inaccettabile che la guardassero con disprezzo e ingratitudine, ognuno di noi reagirebbe con indignazione a un tale comportamento. Ma la stima e il rispetto che facilmente sappiamo riconoscere a persone che si distinguono per le loro elevate qualità morali, spesso non lo dimostriamo al nostro Signore, che ci ha fatto un dono che nessuno potrà uguagliare: quello della vita eterna. Quando un giorno lasceremo questa terra e rimarranno indietro gli onori e la stima degli uomini, che cosa porteremo con noi davanti al Creatore, se mentre eravamo in vita abbiamo disprezzato il suo dono? Io ho già ringraziato Dio e ho la promessa della vita eterna. E tu? F.F. |