La regina colf

 

«Era un segreto, mi vergognavo».

Chi parla in questo modo è una regina del Ghana, ovvero la sovrana di Besoro, la città-regno popolata da diecimila sudditi, a duecento chilometri da Accra, capitale dello stato africano.

Sovrana degli Ashanti, è collaboratrice domestica presso tre famiglie di Schio in provincia di Vicenza: 25 ore la settimana, stipendio, contributi regolari. Il fatto è che il rango non sempre coincide con la ricchezza. Lady Rosina, dunque, abbandonati in Ghana scettro e corona (nel frattempo, il fratello-re fa le sue veci, ma con l’obbligo di consultarla, anche da lontano, per le questioni più importanti), quindici anni or sono emigra in Italia.
Separata dal marito, cerca lavoro. Ha tre figli da crescere - Federico, Francesca e Maria Rosa - e vuole accantonare risparmi, da inviare nel suo regno, dove ritorna una volta l’anno, carica di doni (cibo, indumenti, farmaci) raccolti per lei dalla Caritas. «A Besoro - racconta la figlia Francesca - la maggior parte delle gente coltiva i campi. Riso soprattutto. C’è tanta povertà. Quando va in Ghana, la mia mamma-regina resta un paio di mesi, e recupera il tempo perduto. Si consulta con gli anziani, dirime le controversie».

Rosina Mawusi, donna intelligente e dai modi squisiti, è una colonna portante della sua comunità. Chi ha bisogno di consigli, di indicazioni di ogni genere si rivolge a lei. E lei ha parole sagge per tutti. È davvero dotata di naturale carisma». Già, è una «regina». Ma lei non se ne vanta. Anzi, per cinque anni ha conservato il suo segreto. Scoperto poi, quasi per caso, da una signora presso cui la sovrana di Besoro va a servizio. In occasione del battesimo dell’ultimogenita, infatti, la cattolica Lady Rosina chiese alla sua datrice di lavoro di fare da madrina alla piccola Maria Rosa. Ed è qui che la padrona scopre di avere come colf nientemeno che una sovrana. Se ne accorge per via di certi invitati di colore, che si presentano in chiesa, indossando una t-shirt bianca al centro della quale campeggia il viso di Nanà. Com’è, come non è, la verità viene a galla. «In Ghana sono mantenuta - racconta la regina Nanà al Corriere del Veneto - però non ho guadagni. Così funziona nel mio Paese». Ancora: «Non sono venuta in Italia con l’intenzione di fare le pulizie, ma per cercare di dare qualche cosa al mio popolo. Il bisogno di lavorare mi ha spinto a cercare un posto. Qualsiasi. Del resto, io so fare soltanto le pulizie e la regina».

Una splendida immagine di donna quella della regina Nanà. Lei, regina nel suo paese, abituata agli onori che si riservano ai sovrani, riverita dai suoi sudditi, non si avvale dei privilegi del suo rango, ma per tanto tempo vive semplicemente, come una comune immigrata venuta nel nostro paese in cerca di lavoro. Si adatta ad uno dei compiti meno consoni al suo rango, lo fa volentieri, grata di poter avere l’opportunità non solo di crescere dignitosamente i suoi figli ma anche aiutare i suoi sudditi portando loro tutti quei beni di prima necessità che scarseggiano nel Ghana.

Un luminoso esempio di umiltà. Mi chiedo quanti di noi potrebbero riuscire a tanto, forse qualcuno, ma non molti.

L’uomo in genere aspira a posti di comando, a lavori e ruoli di prestigio, e mal volentieri si adatta a scendere nella scala dei valori umani.

Bisogna possedere grande amore e grande dignità per vivere un’esperienza simile a quella descritta, e questo è un privilegio di pochi.

C’è stato un altro personaggio nella storia che ha vissuto una situazione analoga. Egli era un re che per amore lasciò la gloria del suo regno e divenne servo.

Di lui sta scritto nella Bibbia che “pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte sulla croce.”(Filippesi 2:6-8)

Cosa spinse il Figlio di Dio a vivere in un corpo di umiliazione?

L’amore per la sua creatura è ciò che lo spinse. Il peccato ci aveva inesorabilmente separato da Dio, ogni via d’accesso alla sua grazia era chiusa, un destino terribile attendeva ogni uomo, il prezzo del riscatto era altissimo. Nessuno se non Gesù Cristo poteva pagarlo, ed Egli lo ha fatto senza un lamento, ha pagato con il suo sangue perché per noi potesse aprirsi una via per il cielo.

Dio si è privato di suo Figlio perché potessimo avere grazia.

L’evangelista Giovanni scrive: “Do ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna”.

Quando la regina degli Ashanti ritorna in patria carica di regali, certo trova un popolo particolarmente riconoscente perché consapevole del costo di tali doni. Sarebbe inaccettabile che la guardassero con disprezzo e ingratitudine, ognuno di noi reagirebbe con indignazione a un tale comportamento.

Ma la stima e il rispetto che facilmente sappiamo riconoscere a persone che si distinguono per le loro elevate qualità morali, spesso non lo dimostriamo al nostro Signore, che ci ha fatto un dono che nessuno potrà uguagliare: quello della vita eterna.

Quando un giorno lasceremo questa terra e rimarranno indietro gli onori e la stima degli uomini, che cosa porteremo con noi davanti al Creatore, se mentre eravamo in vita abbiamo disprezzato il suo dono?

Io ho già ringraziato Dio e ho la promessa della vita eterna. E tu?

F.F.

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