L'urlo di purificazione

 Arabia Saudita.

E’ il momento culminante dell’ annuale pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam. Pronunciando con veemenza l’invocazione “Ai tuoi ordini, Signore, ai tuoi ordini”, i fedeli scagliano le loro pietre contro la “stele di Satana”.
E’ un urlo liberatorio, un’euforia collettiva, che attesta in modo inconfutabile la fede in Dio e la condanna del demonio.
Una folla immensa, due milioni di fedeli provenienti da tutto il mondo.
Ma anche quest’anno, purtroppo, si registra un pesante bilancio di vittime: 244 morti e altrettanti feriti secondo il comunicato ufficiale del governo saudita.
Vittime della calca, della confusione, della disorganizzazione, ma anche del fanatismo e dell’eccesso di zelo di chi individua nel rito della lapidazione una sorta di valvola di sfogo per conseguire la purificazione interiore, la redenzione spirituale. Ciò porta i fedeli a sostare più del dovuto sul luogo dove sorgono le tre stele, a infierire il più possibile su simboli che rappresentano il peccato, il Male. Pietre che si odiano lapidandole, prima di procedere al rito del bacio della “pietra nera”, incastonata nella Kaa’ba, l’edificio cubico al centro della moschea Al Haram della Mecca, la più sacra delle città dell’Islam.

In entrambi i casi è come se i fedeli non possano fare a meno di dare un corpo e una forma al Bene e al Male.

La strage dei pellegrini si è consumata nella piana desertica di Mina,a 6 chilometri dalla Mecca. Da qui si sale sul monte Arafat dove nel 632 il profeta Maometto pronunciò il “sermone d’addio”. E’ il punto più pericoloso dell’intero tragitto del pellegrinaggio. Qui ogni anno muoiono decine di persone, sempre davanti alle tre stele di Satana, sempre vittime della calca, schiacciate brutalmente dalla folla. Una morte atroce, preannunciata e prevedibile. Una vera maledizione, anche se per chi ci crede sono anime pie che ascendono direttamente al Paradiso di Allah.

Secondo l’inviato della rete televisiva Al Arabiya, la strage si sarebbe consumata per ragioni ovvie e annose, una delle quali è l’infiltrazione di clandestini, cioè di fedeli che effettuano il pellegrinaggio senza la necessaria autorizzazione. Si tratta di residenti locali che infrangono i controlli per compiere più pellegrinaggi possibile, nella convinzione che aumenteranno i loro meriti presso il Signore.
Le centinaia di morti non hanno arrestato il proseguimento del rito della lapidazione. I loro corpi sono stati allineati lungo il bordo della strada e portati via, mentre i vivi si sono avvicendati nel lancio delle pietre, per poi tornare alla Mecca per fare i sette giri finali attorno alla Kaa’ba.
I morti si sono già conquistati il Paradiso, i vivi hanno assolto uno dei precetti fondamentali per poterlo MERITARE.
Si conclude così il pellegrinaggio alla Mecca dell’anno 1424 dell’Egira, il calendario musulmano.

La storia si ripete. L’uomo cerca il rapporto con il suo Creatore attraverso la personificazione del divino e attraverso le opere.
Nel libro dell’Esodo sta scritto di come Dio portò fuori dall’Egitto il suo popolo compiendo per lui grandi prodigi, eppure quello stesso popolo ad un certo punto chiese un dio da poter vedere e toccare……”il popolo si radunò intorno ad Aaronne e gli disse: Facci un dio che vada davanti a noi…..ed Aaronne fece un vitello di metallo fuso. E quelli dissero: O Israele, questo è il tuo dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto…. e gli offrirono olocausti e portarono dei sacrifici di ringraziamento……”
Oggi come allora però Dio non ha bisogno di essere rappresentato, Egli si manifesta nella sua Parola nella quale sta scritto che la purificazione e la redenzione interiore di cui abbiamo bisogno possiamo trovarla in Suo Figlio, Gesù Cristo, che ha pagato col prezzo del suo sangue la nostra liberazione dal male e dal peccato.
La sua opera è completa
. L’uomo non ha niente da aggiungere, niente da fare per poter meritare il paradiso, tutto è un dono gratuito della grazia divina.
Nell’epistola di Paolo agli Efesini, sta scritto: “ ….è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù d’opere affinché nessuno se ne vanti.”
Né gli sforzi umani, né le opere e nemmeno il sacrificio della propria vita possono accrescere i nostri meriti davanti al Signore e farci guadagnare la salvezza, ma siamo salvati per i meriti di Gesù Cristo; solo ricevendolo come nostro personale Salvatore e Signore potremo avere la certezza di vivere un giorno per sempre alla sua presenza, nel luogo che Egli ha preparato per noi nel paradiso.

F.F.

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