Dietro una maschera

 

Sfilate in maschera, cari allegorici e antiche tradizioni.

Quello del Carnevale è senz’altro uno dei riti più antichi della storia dell’umanità, sopravissuto al tempo, ai popoli e alle religioni, seppur modificato nelle forme e nei modi.

Dal punto di vista etimologico la parola “carnevale” un tempo veniva fatta risalire all’espressione latina “carrum novalis”, “carro navale”, cioè una specie di carro allegorico, a forma di barca, con cui romani inauguravano i festeggiamenti. Oggi si preferisce ricondurre il significato della festa a “carnem levare”, vale a dire “abolire la carne”, come evidente richiamo al ricco banchetto pubblico che sanciva l’inizio della Quaresima, periodo di astinenza, digiuno e penitenza e che quindi dava il temporaneo addio alle abbuffate di carne.

Per quanto riguarda l’origine, invece, l’ipotesi generalmente più accreditata vuole che i moderni festeggiamenti carnevaleschi trovino la loro ragion d’essere negli orgiastici riti propiziatori legati alla fertilità della terra e al passaggio dall’inverno alla primavera. I latini festeggiavano i Baccanali, celebrazioni licenziose officiate in onore del dio Bacco e i Lupercali, in onore del dio Lupesco, organizzati per la prima volta da Remo in onore della Lupa che li aveva allevati, che secondo la leggenda si tenevano il quindicesimo giorno di febbraio.

Ma già presso gli antichi egizi era in uso festeggiare il carnevale con una sfilata mascherata con la quale il popolo accompagnava, cantando, i buoi – cherubs – per le vie di Menfi.

Festa del popolo e per il popolo, il Carnevale rappresentava un momento di follia licenziosa in cui tutto era permesso. I ruoli sociali si ribaltavano, gli ostacoli legati al sesso, al ceto e all’età venivano letteralmente annullati mentre uomini e donne perdevano la propria individualità nel rito comune del divertimento senza più vincoli, leggi o pudicizie.

Nel Medioevo il Carnevale perde ogni dimensione di magia ed eccessi e si trasforma, per intervento della Chiesa, in una festa più morigerata, scandita da un calendario ben preciso, stabilito nel 1466 da Papa Paolo II.

Così il Carnevale è giunto fino ai giorni nostri, ma degli antichi bagordi carnevaleschi rimane solo il ricordo – commenta, Alice Voltolina, autrice dell’articolo. Nella moderna società dei consumi l’unico aspetto delle celebrazioni che ha resistito al tempo è la voglia di poter abbandonare per un momento il proprio ruolo sociale e indossare i panni di chi è lontano anche anni luce dalla nostra esistenza.

Vecchia abitudine dell’uomo quella di voler essere ciò che non è. Già nel giardino di Eden, Adamo ed Eva presero del frutto dell’albero perché “desiderarono essere come Dio nella conoscenza”.

Questo bisogno, sempre presente nell’uomo, ma tenuto un po’ a freno dalla buona educazione e dai limiti posti dalla società, esplode irrefrenabile nel periodo del Carnevale. La necessità di sentirsi diversi e il rifiuto delle proprie condizioni abituali, porta le persone a soddisfare nel travestimento e nelle trasgressioni un desiderio antico di individualismo, di svincolamento da leggi o comandamenti e di libertà dai vincoli della morale, soprattutto se religiosa.

Dietro una maschera l’uomo può essere ciò che vuole, può sentirsi libero di trasgredire ogni legge; dietro una maschera ogni cosa diventa lecita, non si è più colpevoli, ci si può nascondere perfino dalla propria coscienza.

Ma basta una maschera per nascondersi agli occhi di Dio?

Dopo il peccato Adamo ed Eva, quando udirono la voce di Dio, si nascosero fra gli alberi del giardino perché ebbero paura, ma Dio chiamò l’uomo e gli disse: ”Dove sei?” Egli conosceva bene il peccato delle sue creature, ma desiderava che esse uscissero allo scoperto e affrontassero la loro colpa. Niente può nasconderci agli occhi di Dio, Egli conosce il nostro cuore e ogni cosa che ci passa nella mente.

Nell’epistola agli Ebrei sta scritto: “Non v’è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a Lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di Colui al quale dobbiamo rendere conto.”

Oggi, come allora nel giardino di Eden, Dio ci chiama ad “uscire fuori”, ad affrontare il nostro peccato, il nostro desiderio di trasgressione alle sue leggi, ai suoi comandamenti. Egli sa anche che da soli non possiamo far nulla, che non possiamo liberarci dalla schiavitù del peccato che ci spinge ad assecondare le sue voglie, perciò ha stabilito una via, l’unica che ci può ricondurre a Lui e liberare dall’inferno al quale siamo destinati.

Gesù è la Via.

In Cristo possiamo trovare il perdono dei nostri peccati, Egli ha pagato col suo sangue il nostro debito davanti a Dio e se lo riconosciamo come nostro Salvatore e Signore, Egli fa di noi delle nuove creature, non più schiave del peccato, non più costrette a nascondersi, ma rese libere da una coscienza purificata.

 “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate: ecco sono diventate nuove”. 2 Corinzi 5:17

F.F.

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