Prigioniera
dei Taliban Una cella piccolissima, sporca, in un carcere afgano, con materassi pieni di pidocchi, di cimici e di piattole, con pochissimo cibo e isolata dal resto del mondo: è stato quello il posto dove Margit Steber ha passato tre mesi della sua vita. Faceva parte dei collaboratori di Shelter Now, un'organizzazione umanitaria attiva in Afghanistan, quando nel 2001 fu fatta prigioniera dai Taliban. Per mesi insieme ai suoi sette compagni, tre connazionali tedeschi, due americani e due australiani, si sono trovati tra la morte e la vita, sospesi tra la speranza di una liberazione e la continua paura di essere uccisi da un momento allaltro. Probabilmente oggi quasi nessuno ricorda i loro nomi, ma tre anni fa tutto il mondo ha seguito la loro vicenda, soffrendo con i prigionieri e i loro familiari. I loro sono solo alcuni nomi in un lungo elenco di prigionieri, ostaggi nelle mani di terroristi seguaci di Bin Laden, Saddam Hussein o dei Taliban. Persone di cui conosciamo la storia, i nomi, dettagli della loro vita, abbiamo visto le loro foto in televisione e abbiamo sofferto con i familiari disperati. Alcuni hanno dovuto subire una morte crudele, atroce come Fabrizio Quattrocchi, Nick Berg, Kim Sun, per altri è stata unesperienza drammatica ma con un lieto fine, come per gli ostaggi italiani che di recente sono stati liberati con un'azione militare, così come successe per Margit Stebner e i suoi colleghi, liberati nel novembre del 2001 dalle unità speciali degli Stati Uniti. Si può dimenticare un'esperienza del genere? Dopo aver
vissuto un tale terrore, una tale paura, dopo essere
stati in pericolo di vita per alcuni mesi, si può
tornare alla normalità come se niente fosse successo e
vivere una vita come prima? Come sta, per esempio, Margit Stebner oggi? Come convive con quest'esperienza traumatica e come ha cambiato la sua vita? Sembra incredibile, ma proprio in questi giorni lei ha deciso di tornare in Afghanistan, nel luogo della sofferenza, della paura, nel paese dove ha passato dei drammatici mesi in carcere. Come ha fatto a superare il trauma? Che cosa l ha aiutata in questo periodo così difficile? Lei stessa
racconta: "Aggrapparsi a Dio è l'unica cosa che ti rimane in una situazione del genere! Anche se è un aiuto essere in prigione con altre cinque donne e potersi sostenere a vicenda, ci sono momenti in cui anche questo non ti aiuta più. Se si tratta della morte, si è da soli con se stessi e Dio. L'unica cosa che ti sostieni è il rapporto personale con Lui. Tramite Gesù Cristo e il modo in cui si è fatto conoscere da me, sono riuscita a non diventare amara o dura. Con l'aiuto di Dio sono riuscita a perdonare i Taliban. Per questo non sono gravemente malata o traumatizzata. L'esperienza che ho fatto con Gesù mi dà coraggio e speranza." L'esperienza che Margit Stebner ha vissuto è che nella disperazione, nelle circostanze più difficili e senza via d'uscita, Gesù Cristo era al suo fianco, non l' ha mai lasciata sola. La sosteneva e le dava forza, coraggio, conforto... Anche se non vivremo mai una simile esperienza, questo momento di vita vera, ci incoraggia a fidarci di Gesù Cristo soprattutto nei momenti più bui. Lui ci ama e
vuole esserci sempre vicino. Fidati di Lui perché "Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò», e noi possiamo dire con piena fiducia: «Il Signore è il mio aiuto; non temerò. Che cosa potrà farmi l'uomo?»" (Ebrei
13:5-6) S.W. |